Dwayne R. Glynn
176 N. Faneuil Blvd.
Stoneham, Mass. 021808754/4
21 giugno, ADPCDCDASezione Accertamento Incidenti sul Lavoro
State Farm Insurance
1 State Farm Plaza
Normal, III. 617062262/6Egregi Signori,
La presente fa seguito alla Vostra richiesta di maggiori informazioni. Nella sezione n. 3 del modulo di denuncia ho riportato come causa dell’incidente “tentativo di svolgere il lavoro da solo”. Nella Vostra lettera scrivete che dovrei spiegarmi meglio e spero che i seguenti dettagli siano sufficienti.
Di mestiere faccio il muratore. Il giorno dell’incidente, 27 marzo u.s., lavoravo da solo sul tetto di un nuovo edificio a sei piani. Quando completai il lavoro, scoprii che mi erano avanzati circa 900 kg di mattoni.
Invece di portare giù i mattoni a mano, che è un’impresa laboriosa, decisi di metterli in un grosso barile e calarlo per mezzo di una puleggia che era attaccata sul lato dell’edificio al sesto piano. Dopo aver assicurato la fune al pianoterra tornai sul tetto, spostai il barile lasciandolo sospeso in aria e vi caricai i mattoni. Poi tornai a terra e slegai la fune, tenendola ben stretta per far scendere piano i 900 kg di mattoni. Come risulta dalla sezione n. 11 del modulo incidente io peso 75 kg.
A causa della sorpresa nell’essere strappato al suolo così all’improvviso, non ebbi la prontezza di spirito di lasciare andare la corda. Dunque salii a grande velocità lungo il lato dell’edificio. In prossimità del terzo piano incontrai il barile nella sua fase di discesa. Questo spiega la frattura del cranio e della clavicola.
Rallentato appena da quest’incontro continuai la mia rapida ascesa finché le dita della mia mano destra si incastrarono nella puleggia fino alla seconda nocca. Fortunatamente, a questo punto avevo riacquistato la mia presenza di spirito e riuscii così a reggermi forte alla fune nonostante il grande dolore. Più o meno allo stesso tempo, però, il barile di mattoni colpì il suolo e perse il fondo a causa della forza di impatto.
Senza il peso dei mattoni, il barile pesava ora approssimativamente 30 kg. Vi rimando ancora alla sezione n. 11 in cui si dice che peso 75 kg. Come potete immaginare, sempre mantenendo la mia presa sulla fune iniziai una discesa piuttosto rapida dalla puleggia lungo il lato dell’edificio. In prossimità del terzo piano incontrai il barile in fase di risalita. Questo spiega la frattura di ambo le caviglie e la lacerazione di gambe e parte inferiore del corpo.
L’incontro con la carriola mi rallentò abbastanza da diminuire di molto l’impatto col terreno ricoperto di mattoni sotto di me. Tuttavia sono spiacente di riferire che, mentre giacevo sui mattoni in preda a grande dolore, incapace di alzarmi o muovermi, vidi il barile vuoto sei piani sopra di me e persi di nuovo la prontezza di spirito e sfortunatamente lasciai andare la fune, cosicché il barile cominciò a -
”
DFW - Infinite Jest, pp. 165-166
giovedì 8 luglio 2010
Infinite Jest
perché è un libro adorabile:
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letteratura
giovedì 1 luglio 2010
Di due vecchi, dell'invidia, e di un nodo ben riuscito
Bastava arrampicarsi sulla branda e allungare il collo ben bene, per arrivare alla finestrella – sarà stata larga tre palmi – della cella, l'unica, a guardar fuori. Né che ne valesse la pena, in quella lurida periferia di una città ancora più lurida, che manco a nominarla, d'attrezzarsi in questa maniera, che forse era meglio buttar lo sguardo di là in corridoio, col linoleum verde, e la guardia in fondo, quando stava, a infilarsi dita nel naso o a grattarsi il culo.
Prima c'era un tizio con me, che la cella è da due posti, almeno. Un coglione, questo. Sempre a parlare che lui era uno che aveva il rispetto, e le altre stronzate. E' morto, s'è ammazzato col gas, ma io non c'ero mica. Non è che prima ci guardassi fuori. Una o due volte. Quando stai da solo però tutto il cazzo di giorno, o dormi, o guardi il secondino, o guardi fuori. Non ci guardavo perché ad arrampicarmi parevo un coglione pure io, che l'ho già detto che devi pure allungare il collo, vaffanculo.
Fuori ci stava la periferia, e proprio davanti un cortiletto, una panchina, un platano nero di fumo delle macchine, e due vecchi. La panchina – di quelle di legno ma senza il ferro battuto di lato - stava in ombra, quando per via dell'albero, quando per via del platano. Solo un'ora, dopo mezzogiorno, al sole. E i vecchi, sopra la panchina, neri di fumo delle macchine, stavano all'ombra. Tutti i giorni questi pigliavano, chi cazzo lo sa se perfino si conoscessero, e se ne andavano alla panchina. Se ne stavano la mattina il tempo dell'ombra, il pomeriggio il tempo dell'ombra, fino alla sera, che faceva buio e io ho sempre pensato che se ne andassero, ma non si vedeva e poteva pure darsi che se ne stavano là al buio. Pareva a me che nemmeno parlassero: gesticolare non gesticolavano. Può darsi che avessero le pantofole ai piedi – dovevano abitare vicino – e comunque si strascinavano le gambe come i vecchi della peggior specie, quelli che è meglio che muoiono prima di arrivarci alla vecchiaia. Nemmeno li distinguevo, quei due, così ho sempre pensato che ognuno avesse un lato della panchina, come due cazzo di fottutissimi sposi si scelgono il lato del letto una volta all'inizio, che è l'unica cosa davvero che ti rimane per sempre, del matrimonio. Che cazzo, vederli lì tutti i santi giorni, cristo, ancora mi fa incazzare e non lo so che mi pigliava. Un coglione, col collo allungato a spiare due vecchi. Certe volte, dico, le situazioni ti fanno avere invidia persino di questo, di due pensionati senza faccende e dell'ombra nera di fumo delle macchine di un luridissimo albero di periferia.
Poi uno non lo può sapere come va la vita delle persone, tanto meno la propria. A me, quando m'hanno portato via da quella cella, che ho preso la libertà vigilata, è andata così: che mi guardavo indietro e - controluce i lacci annodati alle sbarre – pensavo che il nodo scorreva proprio bene. E uno meglio di quello chissà se mi riesce.
Prima c'era un tizio con me, che la cella è da due posti, almeno. Un coglione, questo. Sempre a parlare che lui era uno che aveva il rispetto, e le altre stronzate. E' morto, s'è ammazzato col gas, ma io non c'ero mica. Non è che prima ci guardassi fuori. Una o due volte. Quando stai da solo però tutto il cazzo di giorno, o dormi, o guardi il secondino, o guardi fuori. Non ci guardavo perché ad arrampicarmi parevo un coglione pure io, che l'ho già detto che devi pure allungare il collo, vaffanculo.
Fuori ci stava la periferia, e proprio davanti un cortiletto, una panchina, un platano nero di fumo delle macchine, e due vecchi. La panchina – di quelle di legno ma senza il ferro battuto di lato - stava in ombra, quando per via dell'albero, quando per via del platano. Solo un'ora, dopo mezzogiorno, al sole. E i vecchi, sopra la panchina, neri di fumo delle macchine, stavano all'ombra. Tutti i giorni questi pigliavano, chi cazzo lo sa se perfino si conoscessero, e se ne andavano alla panchina. Se ne stavano la mattina il tempo dell'ombra, il pomeriggio il tempo dell'ombra, fino alla sera, che faceva buio e io ho sempre pensato che se ne andassero, ma non si vedeva e poteva pure darsi che se ne stavano là al buio. Pareva a me che nemmeno parlassero: gesticolare non gesticolavano. Può darsi che avessero le pantofole ai piedi – dovevano abitare vicino – e comunque si strascinavano le gambe come i vecchi della peggior specie, quelli che è meglio che muoiono prima di arrivarci alla vecchiaia. Nemmeno li distinguevo, quei due, così ho sempre pensato che ognuno avesse un lato della panchina, come due cazzo di fottutissimi sposi si scelgono il lato del letto una volta all'inizio, che è l'unica cosa davvero che ti rimane per sempre, del matrimonio. Che cazzo, vederli lì tutti i santi giorni, cristo, ancora mi fa incazzare e non lo so che mi pigliava. Un coglione, col collo allungato a spiare due vecchi. Certe volte, dico, le situazioni ti fanno avere invidia persino di questo, di due pensionati senza faccende e dell'ombra nera di fumo delle macchine di un luridissimo albero di periferia.
Poi uno non lo può sapere come va la vita delle persone, tanto meno la propria. A me, quando m'hanno portato via da quella cella, che ho preso la libertà vigilata, è andata così: che mi guardavo indietro e - controluce i lacci annodati alle sbarre – pensavo che il nodo scorreva proprio bene. E uno meglio di quello chissà se mi riesce.
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venerdì 25 giugno 2010
GoogleCL, Google da riga di comando

Sto scrivendo un post con il pacchetto appena rilasciato, GoogleCL, che permette di utilizzare numerosi servizi di Google, come ad esempio Picasa oppure GoogleCal, direttamente da terminale, con l'esecuzione di semplici comandi. Il codice lo trovate qui ed è disponibile per Windows, Mac e Linux.
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mercoledì 23 giugno 2010
Sull'istruzione e anche sulla cultura, se viene
Si discuteva di questa questione delle lingue morte - sì, certo, il Vaticano, ma insomma, il Vaticano è morto pure lui quindi niente - e del fatto che son morte, che pigliano un sacco di tempo, che non servono a imparare un mestiere, oppure niente, che formano la mente, che abituano alla logica, all'applicazione, che so. Per via del fatto che ci stanno gli esami di maturità; li chiamano così.
Il fatto è che in questa questione, come un po' in tutte le questioni specialmente qua da noi che votiamo certa gente, non si può mica discutere, in particolare perché ci stanno una serie di talebaniclassicisti, che, come il Papa s'attacca a patella su quelle poche questioni che ancora si ha paura di affrontare razionalmente - la morte mi pare un esempio calzante - e che dunque s'affrontano colla forza della tradizione, così i talebaniclassicisti, pure. Ah, talebanoclassicista è una parola macedonia, me l'ha insegnato un mio amico classicista, un piccoletto.
Poi si sentono delle cose che, insomma, tipo: studiare il greco e il latino aiuta la logica. Seri. No, dai. Esiste una cosa, si chiama logica. E' una scienza. C'è la logica dialettica, c'è pure quella antidialettica, che nessuno che non capisca un po' di fisica quantistica capisce. Studiamo quella no? Le inferenze, quelle cose lì. Insomma, una versione di Silio Italico non ha niente di logico. Cioè, pare che certe volte lo facevano apposta, e la chiamavano retorica.
Poi niente, dicono che studiare le lingue morte serve ad aprire la mente. Studiare filosofia serve ad aprire la mente, studiare matematica serve ad aprire la mente. Studiare tutto serve ad aprire la mente. Anche questa cosa la chiamano cultura.
Dall'altra parte invece dicono che niente, non ti insegna un mestiere e non serve alla vita pratica, boh, non saprei come definire quel concetto per il quale gli uomini valgono in base a quello che riescono a produrre, tipo per esempio produrre le Panda a Pomigliano. Insomma, a parte alcune specifiche eccezioni, tipo che nemmeno me ne vengono in mente, nessuna materia imparata a scuola ti insegna un mestiere. La matematica non serve a fare le cose, in sé. Ma nemmeno cinque anni di ingegneria, mica ti insegnano a fare l'ingegnere. Le basi, ma quali basi? Per fare il lavoro che ti fanno fare chiamandoti ingegnere servono toh, un par di settimane di sbattimento con quelle quattro cazzate aziendali. Non molto di più che un corso di formazione per operatori dei call center.
Dicono pure che tutto questo sforzo e niente, non sforniamo latinisti, ellenisti, grechisti come direbbe Agamennone. Insomma, questo dipende principalmente dal fatto che ci sono le persone, ed è tipicamente difficile insegnare alle persone. E' già tanto se, in mezzo a un certo numero di persone, ne cavi fuori una decente, che riesca a capire che forse è meglio che si dedichi ad altro, piuttosto che a diventare ellenista-latinista.
Il fatto è questo. Che il latino, il greco, sono belle materie. Quei tizi in gamba che poi fanno altro lo sanno, se ne accorgono. Una bella materia è la matematica, e altrettanto la filosofia. Gli scacchi, anche. Dànno soddisfazione intellettuale, che è il nutrimento di qualunque cervello onesto. In un posto che si chiama Stato Liberale, ciascuno ha il diritto di trovare soddisfazione, felicità pure, dove meglio crede. E in nessuna misura si può credere di poter rinunciare gratuitamente a una parte della libertà dei propri cittadini in favore dell'economia, qualunque cosa questa parola voglia dire. Ogni rinuncia di libertà è un grosso prezzo, e deve essere considerata per quello che è.
Tra tutti gli studenti, gli scolari, che si applicano allo studio delle materie classiche, e delle lingue morte, una parte di essi, in qualche momento, avrà provato felicità. Di essa, a meno che non abbiano la fortuna di fare lo "studioso" e ricevere un compenso capace di garantire la sopravvivenza, oppure la fortuna di poter mettere da parte qualche momento libero dal tempo lavorativo e attinente per studiare, questi scolari conservano la memoria preziosa.
Questo post non giustifica in nessuna maniera coloro che s'aggirano per il mondo fieri di non capire un cazzo di matematica, ma di ricordarsi in quali guise Lesbia sapeva succhiare l'uccello di Catullo. Quelli li considero al pari di Bossi Jr.
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Il fatto è che in questa questione, come un po' in tutte le questioni specialmente qua da noi che votiamo certa gente, non si può mica discutere, in particolare perché ci stanno una serie di talebaniclassicisti, che, come il Papa s'attacca a patella su quelle poche questioni che ancora si ha paura di affrontare razionalmente - la morte mi pare un esempio calzante - e che dunque s'affrontano colla forza della tradizione, così i talebaniclassicisti, pure. Ah, talebanoclassicista è una parola macedonia, me l'ha insegnato un mio amico classicista, un piccoletto.
Poi si sentono delle cose che, insomma, tipo: studiare il greco e il latino aiuta la logica. Seri. No, dai. Esiste una cosa, si chiama logica. E' una scienza. C'è la logica dialettica, c'è pure quella antidialettica, che nessuno che non capisca un po' di fisica quantistica capisce. Studiamo quella no? Le inferenze, quelle cose lì. Insomma, una versione di Silio Italico non ha niente di logico. Cioè, pare che certe volte lo facevano apposta, e la chiamavano retorica.
Poi niente, dicono che studiare le lingue morte serve ad aprire la mente. Studiare filosofia serve ad aprire la mente, studiare matematica serve ad aprire la mente. Studiare tutto serve ad aprire la mente. Anche questa cosa la chiamano cultura.
Dall'altra parte invece dicono che niente, non ti insegna un mestiere e non serve alla vita pratica, boh, non saprei come definire quel concetto per il quale gli uomini valgono in base a quello che riescono a produrre, tipo per esempio produrre le Panda a Pomigliano. Insomma, a parte alcune specifiche eccezioni, tipo che nemmeno me ne vengono in mente, nessuna materia imparata a scuola ti insegna un mestiere. La matematica non serve a fare le cose, in sé. Ma nemmeno cinque anni di ingegneria, mica ti insegnano a fare l'ingegnere. Le basi, ma quali basi? Per fare il lavoro che ti fanno fare chiamandoti ingegnere servono toh, un par di settimane di sbattimento con quelle quattro cazzate aziendali. Non molto di più che un corso di formazione per operatori dei call center.
Dicono pure che tutto questo sforzo e niente, non sforniamo latinisti, ellenisti, grechisti come direbbe Agamennone. Insomma, questo dipende principalmente dal fatto che ci sono le persone, ed è tipicamente difficile insegnare alle persone. E' già tanto se, in mezzo a un certo numero di persone, ne cavi fuori una decente, che riesca a capire che forse è meglio che si dedichi ad altro, piuttosto che a diventare ellenista-latinista.
Il fatto è questo. Che il latino, il greco, sono belle materie. Quei tizi in gamba che poi fanno altro lo sanno, se ne accorgono. Una bella materia è la matematica, e altrettanto la filosofia. Gli scacchi, anche. Dànno soddisfazione intellettuale, che è il nutrimento di qualunque cervello onesto. In un posto che si chiama Stato Liberale, ciascuno ha il diritto di trovare soddisfazione, felicità pure, dove meglio crede. E in nessuna misura si può credere di poter rinunciare gratuitamente a una parte della libertà dei propri cittadini in favore dell'economia, qualunque cosa questa parola voglia dire. Ogni rinuncia di libertà è un grosso prezzo, e deve essere considerata per quello che è.
Tra tutti gli studenti, gli scolari, che si applicano allo studio delle materie classiche, e delle lingue morte, una parte di essi, in qualche momento, avrà provato felicità. Di essa, a meno che non abbiano la fortuna di fare lo "studioso" e ricevere un compenso capace di garantire la sopravvivenza, oppure la fortuna di poter mettere da parte qualche momento libero dal tempo lavorativo e attinente per studiare, questi scolari conservano la memoria preziosa.
Questo post non giustifica in nessuna maniera coloro che s'aggirano per il mondo fieri di non capire un cazzo di matematica, ma di ricordarsi in quali guise Lesbia sapeva succhiare l'uccello di Catullo. Quelli li considero al pari di Bossi Jr.
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martedì 22 giugno 2010
Esame di maturità
Traccia: "i giovani e la politica"
Svolgimento: "Aridatece Berlinguer."
Svolgimento: "Aridatece Berlinguer."
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politica
martedì 15 giugno 2010
Sulla vendita del corpo
Utilizzare l'espressione "vendita del (vendere il) proprio corpo", oltre che produrre un fremito di indignazione nello spirito di molti, si riferisce in particolar modo, se trascuriamo quella pratica pure assai diffusa del commercio di parti materiali del corpo, ovvero gli organi, o quell'altra fantasiosa pratica indiana della vendita anticipata del proprio cadavere, al deplorato uso di concedere in affitto per qualche secondo, minuto od ora, e non entrerò nel merito delle differenti estensioni temporali appena designate, il proprio (i propri) organo sessuale a chiunque sia in grado di pagare sufficientemente. La cosiddetta pratica della prostituzione.
Alla stessa maniera, sotto opportuno compenso, si possono concedere in affitto i propri malleoli, le proprie articolazioni, le proprie braccia, le proprie mani, ovvero il proprio ingegno, che in questa occasione chiamerò cervello, per qualche secondo, minuto o molto più spesso per diverse ore continuativamente. La cosiddetta pratica del lavoro.
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Alla stessa maniera, sotto opportuno compenso, si possono concedere in affitto i propri malleoli, le proprie articolazioni, le proprie braccia, le proprie mani, ovvero il proprio ingegno, che in questa occasione chiamerò cervello, per qualche secondo, minuto o molto più spesso per diverse ore continuativamente. La cosiddetta pratica del lavoro.
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mercoledì 19 maggio 2010
PD: 15 proposte di slogan
"PD: manca la fregna" - Fassbinder
"ENLARGE YOUR PD" - Lucah
"zeru tituli"
"Po' esse fero. Giuro." - Cyb
"vediamo le persone morte" - Isola Virtuale
"Non abbiamo idea" - gondolanera
"Prepariamo anche pizze da asporto." - Roberto (gravitazero)
"Che fai, ci cacci?" - Woland
"Hai spicci?" - Skizo[tonic] - Eva
"404 Not Found" - Roberto (gravitazero)
"epperò nun ve sta mai bene 'ncazzo"
"Da bravi, il papà e la mamma stanno discutendo" - gondolanera
"tanto stamo pagati per un po' "
"diamo indietro il culo"
"Pd: strapazzaci di coccole"
ne trovate diverse altre qua
"ENLARGE YOUR PD" - Lucah
"zeru tituli"
"Po' esse fero. Giuro." - Cyb
"vediamo le persone morte" - Isola Virtuale
"Non abbiamo idea" - gondolanera
"Prepariamo anche pizze da asporto." - Roberto (gravitazero)
"Che fai, ci cacci?" - Woland
"Hai spicci?" - Skizo[tonic] - Eva
"404 Not Found" - Roberto (gravitazero)
"epperò nun ve sta mai bene 'ncazzo"
"Da bravi, il papà e la mamma stanno discutendo" - gondolanera
"tanto stamo pagati per un po' "
"diamo indietro il culo"
"Pd: strapazzaci di coccole"
ne trovate diverse altre qua
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