martedì 27 dicembre 2011

Spiriti di un certo tipo

Mi chiedo quanto saranno diversi mai quelli che oggi ragionano di politica prendendo a riferimento quello che fu il ventennio da quelli che invece ragionano di politica prendendo a riferimento quello che fu il ventennio.

mercoledì 14 dicembre 2011

Indignados: due cose più un post scriptum

1. La pretesa degli italiani che il politico, in quanto tale, debba avere un'onestà fuori dal comune è una pretesa piuttosto irrazionale, e come tale va trattata.
2. Se quella trasmissione dei pacchi che uno deve scegliere, e basta, per vincere dei soldi, ha tanto successo, vorrà pur dir qualcosa. Non rimane che ascoltare e star tranquillini.

lunedì 31 ottobre 2011

Il nonno con l'Alzheimer

La convention del rottamatore Renzi ha molto infastidito non solo l'establishment storico del sedicente Partito Democratico, quanto, affare assai più notevole, una gran parte di elettorato "di sinistra", il quale è terrorizzato da alcune ideuzze e alcune posizioncine da Renzi espresse, che paian essere addirittura classificabili come espressioni "di destra".

Ora io lascio da parte il discorso "cos'è la destra cos'è la sinistra", prima di tutto perché è talmente insensato da poter trovare tranquillamente posto nei dibattiti dei socialini, e in secondo luogo perché è tremendamente noioso. Piuttosto mi interessa questo panico che i rottamatori hanno seminato a giro.

Le dichiarazioni di Bersani sono emblematiche: "non è giovane è vecchio", "ho ragione io", "i regazzini a letto presto", "gne gne gne". Giudicate voi.

Dall'altro lato si sviluppa un dibattito sulla legislazione del lavoro e sulla Costituzione. La posizione "della sinistra" è chiara: "il lavoro non si tocca". E la Costituzione? non si tocca. Ora è chiaro che posizioni del genere uno se le aspetta dal nonno partigiano con l'Alzheimer, al quale non si può che dar ragione per intanto che gli si infila un cucchiaio di brodaglia in bocca sperando che crepi presto, ma da un partito di governo, ecco.

La roba più pesa che si rimprovera a Renzi è che il pischello riceve apprezzamenti da una serie di personaggi classificati nelle file nemiche, il più grosso che mi viene in mente è Ferrara Giuliano, e che dunque non può aver ragione.

Io volevo solo dire ai compagni della mozione "non si tocca" che questi personaggi qua hanno difeso il Berlusconi superando ogni imbarazzo perché erano terrorizzati dal nonno coll'Alzheimer, che piuttosto che lui chiunque. E alla stessa maniera una buona parte di quelli che hanno votato la qualunque purché non.

Questo è compagni conservatori. Non si ferma il mondo cogli occhi chiusi e la testa sottoterra.

sabato 13 novembre 2010

Sul concetto di infinito e su Dio

Delle teorie sull'origine dell'universo, di questo almeno, la più accreditata o meglio la più classica è quella cosiddetta del Big Bang. Se si chiedesse a un gran numero di persone di descrivere sommariamente questa teoria o quantomeno di riconoscerla in un enunciato, certamente la risposta più condivisa che si otterrebbe sarebbe approssimativamente questa: "Prima c'era una palla di materia che poi è esplosa e ha creato l'universo". E' ovvio che la domanda più immediata che si propone, dinanzi allo scenario di una "palletta" di materia supercondensata sospesa nel "nulla" è: "chi ce l'ha messa?", e la risposta più semplice e stupida che si possa fornire è "Dio".

Siamo d'altronde abituati a pensare secondo quella che è la nostra esperienza quotidiana, che si compone di un certo grande numero di concatenazioni causa-effetto, e che ci impone di pensare in questi termini circa qualsiasi argomento. Apro il rubinetto dell'acqua, esce l'acqua. Tocco l'acqua, mi bagno. C'è una palla di materia, qualcuno ce l'ha messa. E' a questa maniera piuttosto rustica di ragionare che si riconducono le cosiddette prove filosofiche dell'esistenza di Dio, definito sovente come, appunto, prima causa, o primo motore. E' addirittura l'essenza stessa della divinità a fondarsi sul concetto di principio. Tralascerò di ragionare sulla domanda che dovrebbe sorgere altrettanto spontanea, ovvero "chi ce l'ha messo Dio?", se non si accetta che la famosa palla di materia originaria possa essere stata increata, e d'altronde pare piuttosto artificioso tentare di sottrarre questo fantastico principio Divino dalle caratteristiche causalistiche della materia in sé per risolvere in maniera bovina la questione.

La questione più importante che però sovrasta tutte le chiacchiere qui sopra è l'enunciazione errata che si dà della stessa teoria del Big Bang, che è stata piegata da un tale papa alle esigenze dei credenti in un principio creatore, ma che non prevede sicuramente nessuna palletta di materia metaspaziale. Mi spiego con una figura:

Per chi non avesse familiarità con le funzioni matematiche -- shame on you -- quello è il grafico della funzione 1/x. Immaginate di essere quella palletta che può scorrere soltanto lungo la linea blu, e che giungendo sull'asse verticale a sinistra immaginate di tornare indietro nel tempo fino al momento in cui c'era la famosa palletta di materia. Insomma, un infinitesimo più a destra dell'asse verticale inizia l'universo, comincia l'espansione. E' chiaro che procedendo verso sinistra, e dunque andando indietro nel tempo, ci si avvicina sì al momento principale, ma ci si avvicina sempre meno man mano che la distanza si riduce. Di fatto, questo momento zero non è raggiungibile, perché non si può dividere un numero finito per zero. Lo zero non è nel campo di esistenza di quella funzione, e alla stessa maniera, il momento zero non è previsto nella teoria del big bang. Il tempo si addensa infinitamente a destra dello zero, in maniera tale che non esiste nessuna palletta di materia originaria. Tutto quello che esiste è l'esplosione e la successiva espansione. Non ha senso applicare il concetto di causalismo all'origine dell'universo stessa, e non c'è alcun bisogno di ricorrere a entità creatrici perché la teoria è completa senza di esse.

Quello che invece si fa quando si pensa a una divinità è derivare questo infinito da potenze di cose finite: Dio è infinitamente buono. Cosa significa nessuno lo sa. Si prende semplicemente una categoria finita, la bontà, della quale abbiamo esperienza, e la si mostrifica in un'infinita bontà. Questo procedimento è piuttosto banale e infantile, eppure riscuote un certo successo perché incontra la familiarità che abbiamo col finito, e la mistifica in maniera da farci credere ragionevole qualcosa che è in definitiva una gran stupidaggine.

Ciò che invece è notevole è che pochissimi hanno familiarità con il concetto di infinito matematico, e che la maggior parte delle persone "scafate", se chiedi loro quanto fa un numero finito diviso per zero, ti risponderanno con soddisfazione: "infinito!"

mercoledì 13 ottobre 2010

Il complotto delle "sette sorelle"

Le sette sorelle; chi non ne ha sentito parlare? No, non sto parlando delle Pleiadi o della catena montuosa norvegese, né di cascate grattacieli film porni, bensì delle famigerate compagnie petrolifere che controllano con bastone e carota l'economia energetica mondiale. Un cartello economico senza scrupoli che ci nasconde la soluzione energetica definitiva, a basso costo e completamente pulita, per la bieca avarizia dalla quale è caratterizzato.

Le fonti rinnovabili unite all'idrogeno sono la soluzione; le auto elettriche, le auto ad aria compressa, o perché no, le auto a molla ci regaleranno aria pulita e viaggi lunghissimi a costo quasi zero. Ma le malvagie compagnie petrolifere impediscono alle aziende di commercializzare queste tecnologie — che sono già ampiamente disponibili e addirittura ingegnerizzate — attraverso una rete di controllo e un'attività di lobbying imponentissima, che si serve di navi aliene per rapire i pericolosi sovversivi che vogliono diffondere il verbo dell'energia pulita — tranne questo qui — e di una rete sotterranea di spie, informatori, infiltrati a tutti i livelli per scovare qualunque tentativo di liberazione dalla schiavitù del petrolio e sopprimerlo sul nascere.

Io mi immagino questo tizio che un giorno decide di buttarsi sul business dell'idrogeno, e deposita un bel brevetto magari insensato magari no all'EPO, e il giorno dopo dlin dlon il campanello, e c'è questo tizio di nero vestito, auricolare e tutto, con una valigetta piena di contanti in una mano, e un sacco di iuta con corda di nylon nell'altra.

mercoledì 22 settembre 2010

L'alfabeto Morris

Uno pensa di essere sfigato, che non ha mai vinto concorsi a premi, pure ingurgitando tonnellate di merda con i punti sopra.

E quando andavo al bar, li guardavo i tizi che al cornetto e al cappuccino ci aggiungevano sempre un tiro di dadi, un grattevvinci. Un giornale e un grattevvinci, una pasta e un grattevvinci, un succo due caffè tre grattevvinci. Quelli lì ogni mattina una speranza si comprava a due euro o quel che è. Chiamarli stupidi si faceva presto, e in effetti non ci si sbagliava di molto. Però c'era quella cosa: la routine della speranza.

Questo vecchio, la mattina, con gli abiti neri ingrigiti dall'uso, i capelli dal tempo e gli occhi dalla cataratta, era un routinario della speranza. La colazione non la faceva: s'aggirava per i tavolini lì nel patio, piluccava qualche giornaletto di provincia, ma, a mio parere, nemmen arrivava a capire le figure. Tutti i giorni, come fosse un'ape con la sua danza dell'amore, svoltava tra i tavoli sempre uguale, lui e le svolte, e in meno di dieci minuti s'appressava al banco: un grattevvinci. Io credo che la gran parte della sua giornata si svolgesse nell'attesa di quella danza che l'accostava alla speranza. Io l'immagino che estratta la moneta dal portasoldi, grattata via la copertura dorata, lui compisse un rito. Non le guardava le robe che uscivan sotto, non credo che capisse il gioco come doveva andare, né che potesse leggere alcunché. A grattare l'aiutavan la vecchiaia e la morte, col tremore.

Io al bar ci andavo per farmi i fatti miei, non è che mi interessasse quell'umanità stantia, acchiappata nel giorno che viene, e capitò un giorno per caso che ci incontrai il vecchio. Era la mattina assai presto, e questo lo si spiega con l'insonnia dei vecchi e con l'impazienza pel rito. Ci riandai un paio di volte, a quell'ora, per vedere se ce lo ritrovavo, il vecchio. Poi non smisi, quando arrivava il vecchio ero già lì da qualche minuto, e la mia routine era pure questa: me lo guardavo, ingollavo quello che rimaneva della colazione e me ne andavo.

Era un bel mercoledì d'inverno: le giornate che ti immagini il Cristo crocefisso sotto quel cielo: le masse d'acqua nere che si muovono nell'aria come gigantesche aeronavi non umane: il vento che sferza e fischia: l'anima delle persone che si rattrappisce pel freddo nel didentro. Il patio era chiuso dalle tende di plastica, e riscaldato da un paio di sifoni col collo dorato. Il vecchio scostò il tendino dell'ingresso e cominciò la danza. Dieci minuti ancora al grattevvinci. Io l'ho visto che quella volta il vecchio era venuto accompagnato. Quando arrivò al bancone, al solito, si grattò la sua schedina col tremore suo. Io non ve l'ho detto che lui le schedine le buttava appena finito di grattare, ma il macchinista di quel bar lì alla cassa le guardava per lui, di soppiatto ché non gli era stato chiesto. Quella volta s'udì distinto.

«Signore! Prego, signore!» Non si gira. Il macchinista chiama ancora: «Signore, guardi, venga qui per cortesia.»

Ho sempre pensato che il vecchio fosse una persona di quelle che i vucumprà gli rifilan sempre la roba, che non sanno dir di no: di quelle che i tossici ci fan le collette sopra. O forse, che ne so, pensava d'essersi dimenticato di pagare. Altrimenti non sarebbe tornato.

Confabulano un po', il pubblico non sente. S'avverte la voce preoccupata del macchinista: cresce di volume. Ci s'accorge di un «sta bene. .. Maria, porta un po' d'acqua.. Chiamate qualcuno per favore, Gianni porta una sedia.»

Quel vecchio aveva vinto. Cento euro, forse duecento, ed era morto. L'ambulanza bloccata dal temporale che aveva principiato a batter violento sul telone del patio. Le persone fingevan d'agitarsi; qualcuno s'agitava sul serio. La maggior parte, credo io, stava congegnando se ci fosse una maniera per utilizzare quel biglietto da 200 euro senza apparir cinici. Io me ne andai nel temporale, che la fortuna sua m'aveva portato via il mio passatempo.

Uno pensa di essere sfigato, che non ha mai vinto concorsi a premi, pure ingurgitando tonnellate di merda con i punti sopra, che poi arriva sempre un tizio che ti dice che in qualche parte del mondo c'è qualcuno senza braccia, e senza gambe, e senza testa, che comunica scorreggiando nell'alfabeto Morris.

il mio pezzo per Cronache di una sorte annunciata, che si carica da qui.