domenica 5 luglio 2015

Yet another post sulla Grecia


Gli argomenti sui quali scrivo in genere sono "laterali" all'attualità, nel senso che la cronaca, e le reazioni della mia cerchia di conoscenze alla stessa, mi suggeriscono delle sensazioni di conflitto, le quali si traducono poi nello stimolo ad approfondire il conflitto: capito il nocciolo della questione, che in genere riguarda un attrito fra gli accadimenti e il mio sistema di valori, ne scrivo poi sul blog. In alcuni casi ho le idee chiare immediatamente dopo aver classificato questo "conflitto", in altri casi devo approfondire alcune questioni sulle quali scopro di essere poco ferrato. In genere è un processo fruttuoso, che mi porta a letture inconsuete e produttive, ma immagino sia più o meno lo stesso per tutti quelli che hanno una vita intellettualmente attiva. La vanità di scrivere su un blog in fondo è un ottimo incentivo.

Tutta questa interessantissima premessa, e poi scrivo della Grecia? Avendo investito qualche minimo capitale in titoli - perlopiù bancari - la mia egoistissima attenzione fino a che non ho chiuso le posizioni in borsa si rivolgeva con fastidio alle bizze di Tsipras e Varoufakis, che si traducevano in imprevedibili sussulti dei mercati azionari e di converso del mio portafoglio. Dopo l'escalation però, e non avendo più interessi diretti in merito, m'è rimasto un senso di fastidio generale nel leggere del dibattito fra filo e xeno ellenici. Ecco che s'era innescato il meccanismo che mi porta a scrivere sul blog.

Poi, per scrivere sulla questione, mi son detto: bisognerà approfondire, e mi son messo a cercare dei dati oggettivi sulle performance economiche della Grecia, sullo stato economico e finanziario, e sulle riforme fatte. Bisognava verificassi la vulgata che afferma che l'austerity imposta dalla troika ha distrutto l'economia ellenica. Non ci sono riuscito. Mi è tornato in mente il fatto curioso che il data journalist è considerato uno specialista nel giornalismo, come se normalmente si potesse fare a meno dei dati. Non sono riuscito a trovare un articolo, un'analisi, con dei dati sistematici. Quando va bene si trovano delle articolesse che per sostenere un punto screenshottano qualche tabella e qualche grafico aggregato, che è spesso in palese contraddizione con qualche altra articolessa che sostiene il contrario, e via di seguito.

Per tagliare il capo al toro, fissiamo dunque alcuni ragionevoli punti:

  1. la spesa pubblica greca negli anni dell'euro e in quelli precedenti è stata eccessiva, generando un debito che è diventato insostenibile
  2. il sistema economico greco non è competitivo, tant'è che non cresce e non genera sufficiente ricchezza
  3. dire che le politiche della troika sono fallite utilizza la fallacia del post hoc ergo propter hoc: non sappiamo come sarebbero andate le cose altrimenti. Inoltre le politiche le ha attuate il governo greco liberamente eletto, e dunque ai greci rimane la responsabilità delle scelte fatte.
  4. Gli interessi sulle obbligazioni elleniche erano altissimi, e dunque chi ha prestato soldi sapeva benissimo a quali rischi andava incontro, ciò nonostante confidando nello scudo gentilmente messo a disposizione da noi contributori europei.

Tornando al nocciolo della questione, la causa del mio fastidio circa il dibattito attuale è questa: avevo di recente affrontato, dal punto di vista professionale, la questione della giusta remunerazione del capitale di fronte a un investimento. Partiamo dalle basi: le persone fanno scelte consapevoli in presenza di risorse limitate. Questo è un mantra, anzi IL mantra, dell'economia. Questa enunciazione peraltro include una certo valore morale, che è strettamente connesso al valore della libertà individuale e della proprietà privata.

Per esemplificare, e per arrivare al punto, questo si traduce nel concetto di costo opportunità: se ho un'ora da investire, e ho la possibilità di impiegarla nel fabbricare un oggetto A che mi porta a 100€ di profitto, o un oggetto B che mi porta a 120€ di profitto, e scelgo di fabbricare l'oggetto A, in termini contabili posso dire di aver guadagnato 100€, ma in termini economici ho perso 20€! Dunque avendo risorse limitate, farò la scelta consapevole di fabbricare piuttosto l'oggetto B.

Il punto è che c'è una dimensione morale nel rendimento atteso da un investimento e nel rischio associato. Quando un titolo di Stato rende così tanto, il rischio correlato deve essere reale. Se all'investimento si sottende un "tanto alla fine l'Europa interverrà", e il rischio percepito non corrisponde a quello pagato, ecco che il patto non funziona più, il mercato è corrotto, e la remunerazione è immorale. Fatemi essere ancora più esplicito: chi ha speculato sul debito greco guadagnandone interessi cospicui, di fatto con la complicità dei governi europei ha rubato ricchezza a noi cittadini europei, che siamo stati costretti a finanziare questo abominevole accordo fra speculatori e governi. Questo tipo di meccanismi, questo inquinamento del libero mercato, genera poi le storture che ci troviamo a fronteggiare, e il paradosso è che si addita il vituperato neoturboliberismo, quando la causa è esattamente opposta!

Inoltre non sta ai creditori impartire le linee guida per il governo del loro capitale: a loro sta esclusivamente la decisione se prestarlo alla Grecia o impiegarlo altrimenti. Il lavoro degli investitori è questo, il lavoro degli amministratori è amministrare il capitale per restituirlo con gli adeguati interessi. Il popolo greco ha scelto un governo, in maniera democratica. Sta a questo governo la responsabilità delle scelte, e non deve avere l'alibi di scaricare i suoi fallimenti su organismi esterni, come la troika, il fondo monetario, l'europa, o gli Dei. Dunque se gli investitori ritengono che non ci siano più le condizioni per prestare capitale alla Grecia, a fronte delle prospettive presentate dal nuovo governo greco, così sia.

Le conseguenze del default greco non saranno lievi: per rimanere nel nostro piccolo giardino noi italiani ci troveremo a pagare degli interessi sul debito molto più alti, che io spero fronteggeremo tagliando la spesa pubblica e non aumentando ulteriormente la pressione fiscale, ma so che sarà speranza vana. Il default greco genererà instabilità politica, spinte populiste anti-euro, ulteriori ostacoli alla crescita dell'eurozona e alla ripresa economica. Non ho nemmeno quell'ottimismo che fa sperare che si possano rivedere i meccanismi dell'Unione Europea, per far sì che si diventi davvero un player forte nell'economia di mercato.

Le conseguenze per la Grecia stessa saranno pesantissime. Senza capitali Tsipras non potrà più fare il capo-popolo e dovrà fare delle scelte difficilissime, che metteranno a rischio la tenuta stessa della democrazia in quell'area.

Ciò nonostante, è importante e giusto che la Grecia sia lasciata fallire, per ristabilire quel patto morale fra investitori e amministratori: a ogni remunerazione di capitale corrisponda il rischio adeguato che quel capitale possa essere perduto. E che chi amministra sia messo di fronte alle sue responsabilità senza alibi. Non è più il tempo dello statalismo, delle economie pianificate dalla politica. E' tempo che anche l'Europa si apra al mercato e, di conseguenza, alla libertà.

lunedì 22 giugno 2015

Qualche principio di economia aziendale

Si parla spessissimo, sui giornali, in televisione, al bar, di economia, di crisi, di desertificazione industriale, di "liberismo", eppure sarei disposto a scommettere che un gran numero di voi non è in grado di definire in maniera semplice cos'è un'azienda. Questo per una serie di motivi, il primo dei quali è la mancanza di cultura economica. Le scuole a riguardo non si impegnano a sufficienza. Eppure per molti studenti l'azienda sarà una parte fondamentale, e molto ingombrante, della vita: molto più della Divina Commedia!

Intendiamoci: non sono certo un esperto di economia aziendale, però mi son detto che male non fa parlare in maniera grossolana di pochi fondamentali concetti che chi è esperto in materia forse dà per assodati, e che invece sono utilissimi a valutare le principali dinamiche economiche e industriali che stanno dietro a certi accadimenti: la vendita o la chiusura di un'azienda, per esempio; e riflettere su certe approssimative affermazioni da talk show.

Un'azienda è un insieme di capitali e persone. L'azienda gestisce il capitale in accordo con la missione aziendale per accrescerne il valore, tramite il lavoro delle persone, e in maniera tale da poter remunerare gli azionisti (i prestatori di capitale), i lavoratori (i prestatori d'opera), e i servizi (le tasse e le imposte). Azienda = capitali + persone.

Un'azienda, che per missione aziendale vuole essere leader nella produzione e commercializzazione di attaccapanni rossi, tenterà di accrescere il proprio capitale principalmente attraverso la produzione e la vendita di attaccapanni rossi, anche se potrebbe farlo in maniere più remunerative, ad esempio utilizzando il capitale per speculare in borsa.

Quanto bisogna accrescere il capitale? Almeno tanto da poter remunerare in maniera "equa" gli azionisti, e possibilmente di più. Il capitale aziendale, abbiamo detto, è una parte imprescindibile dell'impresa. Senza di esso non ci sono impieghi, ovvero non esiste l'azienda. 

Il capitale è composto da due quote: quello di debito, contratto con le banche, e quello dei soci (l'equity). Entrambi vanno remunerati: un euro oggi vale più di un euro domani. Il capitale di debito va pagato con gli interessi; ai soci va riconosciuta una remunerazione di rischio. Più l'investimento è rischioso e più il rendimento del capitale investito deve essere elevato, altrimenti i capitali degli azionisti andranno su investimenti più convenienti.

Senza entrare nei dettagli finanziari, facciamo un esempio concreto e molto semplice: supponiamo che un'azienda impieghi un capitale totale di 100.000€, che serviranno per comprare i macchinari, approvvigionare le materie prime, pagare gli stipendi e così via. Supponiamo anche che questo capitale sia composto per 50.000€ di equity (ovvero capitale di rischio, quello degli azionisti) e per altri 50.000€ di debiti bancari, da restituire a un interesse dell'8%. Supponiamo inoltre che, in base al profilo di rischio aziendale, gli azionisti si aspettino un rendimento del 15%.

Bene, l'azienda investe questi soldi e riesce a produrre e vendere per un valore totale di 200.000€, a un costo totale di 180.000€ (quindi abbiamo già pagato investimenti, lavoratori, fornitori, utenze, affitti..) Questo vuol dire che alla fine dell'anno abbiamo fatto un utile (risultato operativo netto - EBIT) di 20.000€, e dobbiamo ancora pagare gli interessi alle banche, e le tasse. 50.000€ è il debito bancario. Se paghiamo solo gli interessi dobbiamo alle banche 4.000€. Ci rimangono 16.000€ sui quali paghiamo il 55% di imposte; pagati anche gli oneri fiscali ci rimangono 7200€.


Questa è un'azienda che fa utile. Molti di voi penseranno che è sufficiente questo per dire che è un'azienda "sana", economicamente sostenibile. E' davvero così? Supponiamo che il consiglio di amministrazione decida di distribuire tutto l'utile agli azionisti, ebbene essi riceveranno il 14.5% circa del loro capitale investito, come remunerazione. Non è abbastanza! Abbiamo detto che il profilo di rischio dello specifico investimento avrebbe richiesto il 15% di rendimento. Quindi non solo l'azienda non ha remunerato a sufficienza gli investitori, ma non ha nemmeno prodotto sufficiente valore aggiunto da poter reinvestire nell'azienda stessa. Questo produce due risultati:

  1. Gli investitori sposteranno il loro capitale su investimenti più convenienti o meno rischiosi
  2. L'azienda dovrà indebitarsi ulteriormente per finanziare nuovi investimenti, aumenterà ancora il suo profilo di rischio, e dovrà remunerare ancora di più il capitale di rischio.
Dobbiamo quindi remunerare gli investitori, e non abbiamo ancora fatto abbastanza. Dovremo anche portare a casa qualcosina in più che ci permetta di investire (in ricerca e sviluppo, nuovi prodotti, nuovi impianti....) senza indebitarci ulteriormente (indipendenza finanziaria), o chiedere ulteriori aumenti di capitale agli azionisti.

Fare utili è una condizione necessaria, ma non è sufficiente! E' anche utile notare che l'equilibrio fra capitale proprio (equity) e capitale di terzi (debiti con le banche) è importantissimo: il capitale proprio, in genere, costa molto di più degli oneri finanziari derivanti dai debiti, ma se ci si indebita troppo si aumenta il profilo di rischio dell'azienda. Il rapporto fra debiti e patrimonio netto, indice di indebitamento (Debt/Equity), è uno dei parametri con cui si valuta lo stato di salute di un'azienda.

Qualche tempo fa ascoltavo in tv un sindacalista lamentarsi della svendita, a suo modo di vedere, di Ansaldo Breda ai Giapponesi di Hitachi. Sosteneva fosse stata svalutata perché "aveva un sacco di commesse". Quanto spesso sentiamo che l'azienda tale è stata svenduta, e valeva molto di più semplicemente perché "faceva utili". A questo punto dovrebbe esser chiaro che queste valutazioni, fatte in questa maniera, sono insensate. Valutare il valore di un'azienda è difficilissimo, e il valore è generalmente correlato a una valutazione dello stato attuale (asset totali, quindi patrimonio immobiliare, macchinari, ma anche brand, know-how...), e della capacità futura di generare ricchezza (e qua siamo quasi nel campo della chiaroveggenza).

Le aziende si reggono su equilibri finanziari delicatissimi, e continuamente perturbati dalle condizioni del mercato (concorrenza, crisi economiche, eventi ambientali imprevedibili), e non possono prescindere dalla fiducia degli investitori. Il capitale costa, più dei debiti, perché un euro oggi vale molto di più di un euro domani.

sabato 18 ottobre 2014

Il bene della collettività

"But why may not one violate persons for the greater social good? Individually, we each sometimes choose to undergo some pain or sacrifice for a greater benefit or to avoid a greater harm: we go to the dentist to avoid worse suffering later; we do some unpleasant work for its results; some persons diet to improve their health or looks; some save money to support themselves when they are older. In each case, some cost is borne for the sake of the greater overall good. Why not, similarly, hold that some persons have to bear some costs that benefit other persons more, for the sake of the overall social good? But there is no social entity with a good that undergoes some sacrifice for its own good. There are only individual people, different individual people, with their own individual lives. Using one of these people for the benefit of others, uses him and benefits the others. Nothing more."
 
da Anarchy, State and Utopia.

mercoledì 24 settembre 2014

Di nuovo sulle tasse


Ne ho già scritto quasi tre anni fa, e rileggendo mi verrebbe da riproporre la stessa storia narrativa di allora, il che dimostra, quantomeno, una certa solidità di carattere se non di argomentazioni. Fondamentalmente allora partivo da una preghiera, che ripropongo sotto forma di citazione da un notissimo libriccino per darmi un tono:
Intellectual honesty demands that, occasionally at least, we go out of our way to confront arguments opposed to our views.
Tutto ciò per dire questo: non aggrappatevi alla vostra idea della questione, che sarà sicuramente, ragionevolmente e fondatamente radicata, perché temete che vi si stia vendendo qualcosa di sostitutivo. Non sto parlando di questioni pratiche, di sprechi di Stato, di liberismo applicato. Tantomeno mi riferisco all'Italia odierna in particolare, o all'Europa, o a qualcos'altro di meglio. Vi sottopongo, di nuovo, un argomento di confronto che, sospetto, fortemente avversa la vostra idea del mondo. Inoltre mi tocca precisare che quando nel titolo scrivo "tasse", metto da parte il diritto tributario italiano e le noiosissime distinzioni tecniche fra tasse, imposte, tributi. Parlo di prelievo di ricchezza di un certo tipo: proverò a darne una definizione più interessante e per certi aspetti specifica più tardi.

Il discorso, nel 2012, proseguiva in maniera apparentemente erratica, tuttavia con questioni che si ritrovano puntualmente in più dotte e alte trattazioni sulla materia dello Stato e del diritto impositivo che è di sua pertinenza. In particolare fu difficile affrontare l'argomento lasciando fuori la questione stessa dello Stato. Ho sempre bene a mente la posizione anarchica sullo Stato, che vi propongo perché la teniate anche voi a mente:

al fine di mantenere il suo monopolio sull'uso della forza (ovvero contro la volontà di un singolo individuo) per il bene della collettività - e non è forse per questo che si giustifica la sua necessità? - lo Stato deve violare i diritti individuali e per questo è intrinsecamente immorale. 

Sulla collettività ho accennato qualcosa in quel post, a dimostrare che il disordine dell'argomentazione fu solo apparente.

Per di più, la questione della necessità dello Stato e la collettività sono argomenti che sono stati tirati in ballo ieri indipendentemente da me (e immagino con tutta probabilità senza alcuna influenza di quello che avevo scritto allora) in una chiacchierata fra amici. Alla stessa maniera allora scrivevo: "Delle tasse si può dire in definitiva che sono uno strumento di redistribuzione del reddito. Esse sono infatti un prelievo di ricchezza che un'organizzazione di persone a partecipazione obbligatoria impone ai suoi iscritti al fine di fornire una serie di servizi che, va da sé, coloro che potrebbero in ogni caso permetterseli pagano anche per coloro che non potrebbero permetterseli."

La stessa identica affermazione ha proposto uno dei partecipanti alla discussione, che in genere sa il fatto suo, almeno finché non parla di fisica.

Vi dicevo della definizione: in particolare quello che ho quasi omesso (organizzazione a partecipazione obbligatoria) è che questo prelievo di ricchezza di cui si parla è, per sua essenza, forzoso. Il tributo è "espressione dell'esercizio della potestà impositiva di un ente sovrano." La storia del tributo, dell'origine e di come esso si è evoluto nel tempo, è molto interessante. Ad esempio, nella Roma imperiale per lungo tempo il tributo non fu imposto ai cittadini romani, che partecipavano alla Res Publica in altri modi, più diretti se vogliamo, ma era espressione della sovranità di Roma sulle sue province.

La redistribuzione della ricchezza deve essere vista, dal punto di vista morale, come una generica individuazione della virtù nel povero di una virtù della povertà, ovvero una punizione del ricco (immoralità della ricchezza). Qualcuno dice un bilanciamento artificiale delle disparità alla nascita, che suona quasi come una negazione del diritto all'eredità, o alla famiglia. Quest'ultima proposizione mi convince meno, perché quest'attività redistributiva si protrae durante tutta la vita dell'individuo; non si limita alla semplice parificazione delle condizioni sociali alla nascita: un individuo immeritevole avrà diritto, secondo questo principio, alla ricchezza degli altri indipendentemente dal fatto che gli sono state garantite le stesse possibilità di accesso alla ricchezza di un ricco e ha fallito, anche ripetutamente. Ripeto: sto ragionando in termini astratti. Se è vero che è impossibile nella pratica e in maniera pianificata garantire a tutti le stesse identiche possibilità, è anche vero che a volte anche un povero può imbattersi in un accesso alla ricchezza, che è indipendente dalla sua condizione contingente.

Si dice anche che le tasse servano a pagare i servizi. Quest'affermazione assegna ai tributi un carattere neutro, però è insoddisfacente: per usare un eufemismo non tutto il prelievo fiscale può essere giustificato colla corresponsione di un servizio, e invece per essere in questo caso con i piedi per terra, una minima parte del prelievo fiscale finanzia dei servizi. In ogni caso, questa fattispecie può essere ricondotta a quella precedente, ovvero anche i servizi di Stato sono una forma di redistribuzione del reddito, per le ragioni già dette. In conclusione, sotto quest'ottica, anche la neutralità di quest'affermazione si perde. In quanto forma di redistribuzione, vi è associato il carattere di virtù o vizio.

Inoltre le tasse possono regolare e indirizzare il mercato, che, per dirla in maniera più significativa, vuol dire indirizzare le scelte individuali. Imporre imposte diverse sugli ebook rispetto ai libri cartacei vuole favorire la sopravvivenza di una certa classe di individui che mercanteggiano nel mercato della carta, e per fare questo mira a orientare, in maniera coercitiva attenzione!, le scelte individuali sul mercato della carta.

Io però andrei oltre: non sono completamente convinto che le tasse per principio siano uno strumento di redistribuzione del reddito, o siano principalmente uno strumento di redistribuzione del reddito. Come ho detto, la redistribuzione implica un giudizio morale sulla virtù dei sudditi da parte dello Stato. Inoltre, quello che fa di una tassa una tassa è l'imposizione, e quello che fa di uno Stato uno Stato è la capacità impositiva. Dunque in via teorica, e lo dico nel senso dell'elettrone di Feynman [1], trovo molto più comodo identificare l'essenza stessa dello Stato (che è la possibilità di prevaricare in maniera etica il diritto individuale, ve la ricordate la posizione anarchica?) con le tasse (che sono, come detto, di natura impositiva). Ne consegue che esse diventano semplicemente l'affermazione della sovranità dello Stato sull'individuo, e perciò sono una misura del grado di sudditanza al sovrano di ciascuno di noi.

[1] - "The electron is a theory we use; it is so useful in understanding the way nature works that we can almost call it real."


giovedì 17 luglio 2014

Lo strano caso del gruppo Bilderberg

Un gruppo segretissimo che si riunisce in segretissimo per istituire un Nuovo Ordine Mondiale. Lo stesso gruppo poi comunica i nomi dei partecipanti, date e luoghi delle riunioni.


lunedì 21 maggio 2012

Perché la Minetti è meglio di Gasparri.

Perché almeno lei è piacevole allo sguardo.

Oggi ho preso ferie, e come mai mi capita sono andato a far spesa il lunedì mattina. Il parcheggio era pieno e così il supermercato. La popolazione in esame si divideva equamente fra pensionate, pensionate+pensionati, donne fra i trentacinque e i cinquanta (oltre si va nei pensionati) con i loro figlioli al seguito: benvenuti negli anni 50.

D'altra parte il femminismo di raccatto che ci ha appestato nei passati decenni si è evoluto in un femminismo da quote rosa, perennemente indignato, clamorosamente inefficace.

Un curioso esempio è la furia con la quale le nuove femministe aggrediscono il mondo dello spettacolo, nel quale in genere dei gran pezzi di fica fan fruttare il proprio corpo per far danari. In questo io non ci vedo davvero nulla di poco dignitoso. E' certamente più umano che lavorare in catena di montaggio.

Quando poi invece una come la Minetti diventa consigliere regionale, un moto di indignazione sovrumano invade tutta una serie di personaggi che si identificano con una certa altra serie di categorie perlopiù morali (i giusti, gli onesti), e questa indignazione, credo, viene collocata al di sopra di ogni altra precedente, almeno per il momento.

Hanno scoperto, 'sti qui, che in Parlamento, in Regione, in politica, ci s'entra per raccomandazione. Però tutti coloro che per raccomandazione ci sono entrati andavan bene finché eran brutti e compravano la loro elezione altrimenti; al contrario lei no, è abominevole.

A dirla tutta e per tagliar corto io preferisco la Minetti a Gasparri per due ragioni: la prima è che è di bell'aspetto; la seconda è che lei almeno non impicciandosi degli affari dei cittadini non fa (troppi) danni.